Antincendio Industriale / Notizie
Antincendio in un laboratorio chimico: nell'Allegato I ci sono voci che non hanno una soglia
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In laboratorio le quantità sono piccole e viene naturale concludere di non essere un'attività soggetta. Ma tre voci dell'Allegato I del DPR 151/2011 non portano nessun numero: basta detenere quelle sostanze, in qualsiasi quantità, per stare in categoria C. E fra bancone e armadio il problema non è quanto tieni, è che cosa tieni accanto a che cosa.

Chi gestisce un laboratorio conta in millilitri, e guardando i fusti da duecento litri del capannone accanto conclude che qui non c'è niente da dichiarare. Il conto giusto però non parte dai litri. Il rischio, in laboratorio, non sta nella quantità: sta nella varietà e nella distanza. Venti sostanze che in un magazzino starebbero in venti posti separati, qui stanno su tre metri di scaffale.
Nell'Allegato I del DPR 1° agosto 2011 n. 151 la voce «laboratorio chimico» non esiste. Esistono invece voci che non guardano il mestiere ma quello che si tiene in casa. L'attività 19 riguarda gli stabilimenti e impianti dove si producono, impiegano o detengono «sostanze instabili che possono dar luogo da sole a reazioni pericolose in presenza o non di catalizzatori ivi compresi i perossidi organici». La 20 chi detiene «nitrati di ammonio, di metalli alcalini e alcolino-terrosi, nitrato di piombo e perossidi inorganici». La 21 le «sostanze soggette all'accensione spontanea e/o sostanze che a contatto con l'acqua sviluppano gas infiammabili». In tutte le colonne A e B sono vuote e nella C c'è scritto «tutti»: nessun chilo, nessun litro. Il verbo che conta è «detengono».
Nostra misurazione: abbiamo aperto il sito di ogni impresa in elenco e contato quali servizi ci scrive sopra. Non e' una stima di mercato, e' cosa dichiarano loro. Aggiornato al 16 ottobre 2026.
I liquidi, al contrario, una soglia ce l'hanno, e si supera prima di quanto sembri: l'attività 12 comprende i depositi di «liquidi infiammabili e/o combustibili e/o oli lubrificanti, diatermici, di qualsiasi derivazione, di capacità geometrica complessiva superiore a 1 m³». Capacità geometrica vuol dire capienza dei contenitori, non quanto prodotto c'è dentro adesso: nel conto entrano le bottiglie di scorta sigillate, i bidoni dell'alcol per le pulizie e la tanica dei solventi di scarto che aspetta lo smaltitore.
Il deposito dei reagenti: separare, non solo chiudere
L'armadio di sicurezza risolve metà del problema, e la metà meno importante: contiene e ritarda, ma se dentro ci finisce tutto quello che non sta sul bancone hai solo spostato le incompatibilità dentro una scatola di acciaio. Il criterio è la separazione: sostanze che reagiscono fra loro non stanno nello stesso vano, e dove i vani separati non ci sono non stanno nello stesso armadio. Quali siano quelle coppie non è roba da ricordare a memoria e non è una domanda da fare al fornitore degli estintori: sta nelle schede di sicurezza, nella sezione sulle misure antincendio e in quella sui materiali incompatibili. Lo schema si costruisce una volta sola, su carta; poi si comprano gli armadi che gli servono.
La cappa, e i quadri elettrici che ci finiscono dentro
La cappa serve a togliere i vapori, non a conservarli: usarla come ripiano riduce il flusso e tiene le bottiglie aperte proprio dove i vapori si concentrano. Dentro la cappa, poi, finiscono quasi sempre prese, piastre riscaldanti, agitatori e alimentatori, cioè sorgenti di innesco piazzate nel punto con l'atmosfera più ricca del laboratorio. Sulla manutenzione, il decreto del Ministro dell'interno 1° settembre 2021 chiede che gli interventi siano eseguiti secondo le cadenze indicate «da disposizioni, norme e specifiche tecniche pertinenti, nazionali o internazionali, nonché dal manuale d'uso e manutenzione»: per una cappa il manuale del costruttore è la fonte delle periodicità, e la verifica va chiesta con un valore misurato sul rapporto, non con la formula «cappa funzionante».
Tre classi di fuoco in tre metri
Il capitolo S.6 del Codice di prevenzione incendi classifica gli incendi secondo la norma europea EN 2: classe A i solidi che fanno brace, B i liquidi, C i gas, D i metalli, F gli oli e i grassi di cottura. Un capannone ne ha una o due; un laboratorio ne ha tre o quattro a un metro l'una dall'altra, fra carta sul bancone, solventi nell'armadio e gas in bombola sotto lo strumento. La verifica si fa in trenta secondi, guardando i pittogrammi sugli estintori appesi: quasi tutti portano A e B, la D quasi nessuno. Se ci sono metalli che bruciano, quel presidio va previsto a parte e messo vicino al punto dove si usano.
E qui arriva la parte che sorprende chi è abituato ai capannoni: l'acqua a volte è la scelta sbagliata. Non è un'opinione, sta nella voce 21, che mette in una riga sola le sostanze soggette all'accensione spontanea e quelle che a contatto con l'acqua sviluppano gas infiammabili. Dove ci sono sostanze di quel tipo, la domanda da porre al progettista prima di installare un impianto fisso è precisa: che cosa succede in questo locale se parte l'acqua. Per il singolo prodotto, quali mezzi di estinzione non siano idonei lo dice la sua scheda di sicurezza.
Le bombole dei gas tecnici
Idrogeno ed elio per i gascromatografi, azoto e argon per le atmosfere inerti, a volte ossigeno. Le soglie di deposito dei gas hanno voci proprie nell'Allegato I, con unità di misura diverse fra compressi e liquefatti e con i comburenti contati a parte. Quello che cambia in laboratorio è la collocazione, perché qui le bombole non stanno in un deposito ma accanto allo strumento, in una stanza dove si lavora tutto il giorno. Vincolate e col cappellotto quando non sono in servizio; e dove si può, la scelta buona è tenerle fuori dalla stanza e far entrare solo la linea.
Quando il laboratorio sta dentro qualcos'altro
Se il laboratorio è il controllo qualità di uno stabilimento non è un'attività separata: è parte della stessa pratica, e le voci che accende si sommano a quelle del capannone invece di sostituirle. Chi firma la pratica per la produzione deve sapere che cosa c'è sul bancone, ed è normale che non lo sappia se nessuno gliel'ha detto. Se invece sta in un edificio a destinazione mista, il problema si sposta sulla compartimentazione e sull'esodo: chi esce da lì non sa che cosa ci sia nel laboratorio, e nemmeno i vigili del fuoco. Un elenco aggiornato delle sostanze, tenuto fuori dal locale, costa zero ed è la cosa più utile.
Perché qui il registro si riempie più in fretta
La sorveglianza, il controllo a vista che spetta a chi gestisce l'attività e non al manutentore, qui ha un contenuto in più: non basta guardare che l'estintore sia al suo posto, va guardato che il posto sia rimasto quello, perché arredi e postazioni si spostano con le commesse. La ragione vera però sta nell'articolo 4 comma 6 del DPR 151, dove l'obbligo di riavviare le procedure ricorre «nei casi di nuova destinazione dei locali o di variazioni qualitative e quantitative delle sostanze pericolose esistenti negli stabilimenti o depositi». In un capannone capita ogni tre o quattro anni; in laboratorio è il lavoro ordinario. Una commessa nuova porta reagenti nuovi, e un reagente nuovo può accendere una di quelle voci che non hanno soglia.
Fonti: DPR 1° agosto 2011 n. 151, Allegato I voci 12, 19, 20 e 21 e articolo 4 comma 6, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 221 del 22 settembre 2011, testo letto sul fascicolo originale; allegato 1 al decreto del Ministro dell'interno 3 agosto 2015, capitolo S.6 «Controllo dell'incendio», tabella S.6-3 sulla classificazione degli incendi secondo la norma europea EN 2; decreto del Ministro dell'interno 1° settembre 2021, articolo 4 e Allegato I, Gazzetta Ufficiale n. 230 del 25 settembre 2021. Le incompatibilità fra i tuoi reagenti e i mezzi di estinzione non idonei non sono riportati qui di proposito: stanno nelle schede di sicurezza dei prodotti che hai in casa e non si ricostruiscono a memoria. Le soglie dei gas in bombola vanno lette sulle loro voci dell'Allegato I, che usano unità di misura diverse fra compressi e liquefatti.
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